6 ottobre 2017

CON LA MIA CAMICIA BLU

Non pensavo potesse succedere, ed invece eccomi qua. Lui era mio da ormai più di due anni, l'ho visto, l'ho coccolato e l'ho cresciuto. Ricordo ancora il primo giorno che lo portammo a casa. Piccolo ed indifeso, pieno di voglia di dormire e stare tranquillo. Era un pomeriggio, quando seduta sul divano con lui in braccio, mi ritrovai a singhiozzare e sentii le guance rigate dalle mie stesse lacrime. Lo guardavo e non capivo. Lui era lì, ciò che più desideravamo al momento era li. Ero felice, ma stavo piangendo e non di gioia. Sentii dei passi venire dalla camera a fianco, lui si fermò sulla soglia della porta e subito dopo mi corse incontro. Non era successo nulla, ero stata sopraffatta dagli eventi, ma lui volle comunque starmi accanto e lo ringraziai. Mi serviva il suo supporto in questa nostra nuova avventura. Lì, quel giorno, mentre piangevo per nulla che ero in grado di definire, credetti che fosse quella la mia depressione post parto. Mi sbagliai.

Lui oggi ha quasi tre anni, è la mia gioia, la mia felicità ed il mio tutto. Ma l'essere felice grazie ai suoi occhi non è quello che mi serve. Mi han sempre detto che la felicità non deve dipendere da altre persone, che dobbiamo essere noi stessi a trovarla, a tenerla stretta ed esserne noi gli artefici, senza mai dipendere da quella degli altri. Eppure per me è così difficile, sono sempre stata quella che era felice grazie alla felicità degli altri, mi bastava vivere la loro per sentirmi appagata. Dicono invece che non funzioni così, o meglio, che non deve funzionare in questo modo. Noi la creiamo, la diamo ad altri, ma la nostra quella interna deve partire da noi e non deve essere succhiata da quella degli altri. 


Ho passato un periodo molto stressante in questo anno, tant'è che con tutti dico quanto odi questo nuovo anno e che sopratutto non vedo l'ora che finisca. Mi sono ritrovata ad affrontare la verità, il rifiuto e l'assenza, ed io a mia volta per proteggermi ho fatto altrettanto. Mi sono messa in un angolo a vedere come scorreva la mia vita rendendo partecipe solo il mio corpo e non la mia anima. Mi sono vista cambiata, egoista ed a volte ipocrita, ma tutto questo senza far mancare mai nulla al mio piccolo Lui. Lui, la mia ancora in tutto, lui che ad ogni sorriso mi ricordava che dovevo tenere la testa alta, rialzarmi e camminare nuovamente, e magari fare dei nuovi passi che avevo paura di fare. Ho sempre pensato di dover essere perfetta, di dover stare sempre alle aspettative degli altri, di dover sempre far di più di quello che mi si chiedeva. Ma si sà, le donne e mamme wonder woman, non esistono, ed io poi un giorno mi sono persa.

Lui c'era, ma eravamo soli. L'ansia in me cresceva di giorno in giorno, il rifiuto e quelle mancanze mi opprimevano il cuore che non sentivo più battere, il mio corpo non era più mio, era in balia del mio cervello che non sapeva più cosa fare e si sentiva distrutto, vittima di ogni cosa, vittima di me stessa. Non sentivo più nulla. Il cuore perennemente in gola. Il sonno assente. Gli incubi notturni. Le nottate passate nel suo lettino, al caldo con il mio piccolo Lui, ciò che mi faceva stare bene, anche se per pochi minuti. Le lacrime versate per liberarmi da non so cosa, buttate di nascosto quando nessuno poteva vedermi, quelle però mi aiutavano parecchio. Buttavo via tutto e mi sentivo come se mi fossi liberata di un peso enorme, inconsapevole del fatto che era solo uno stato temporaneo. I medici, in quattro, me l'avevano detto di stare attenta. "Calmati", mi dicevano. "Respira. Parla, non tenerti tutto dentro. Non sei la prima a cui è successo e nemmeno sarai l'ultima. Lascia stare il tuo orgoglio, tutti lo vedono, sanno come sei, ma non serve. Non buttarti nel lavoro per dimenticare lo stato in cui sei. Alzati."

Sì! Alzati! Non è successo niente. Queste erano le cose che dovevo ripetermi, le cose che dico al piccolo Lui quando cade, che corre da me con una piccola lacrimuccia negli occhi e guardandomi mi fa "Sono caduto!" ed io con tutto l'amore che mi resta lo guardo e gli dico "Non è successo niente, torna a giocare! Ricadrai altre volte, ma tu torna in piedi!". Non pensavo potesse succedermi, mi sono sempre creduta una persona forte, o forse è solo ciò che ho sempre voluto far credere alle persone, però ora sono qua, con indosso la mia camicia blu, guardando il mare ed ascoltando il mio baby blues.

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