27 luglio 2017

RACCONTI: LUCIANO


Stava facendo la sua corsa mattutina. Indossava la nuova canottiera rosa fluo della Decathlon che a parer suo faceva tanto “sportiva”, i pantaloncini bianchi ed ai piedi le tanto amate scarpe da corsa grigie. Le cuffie nelle orecchie le martellavano della testa “Numb” dei Linkin Park e correva per lasciarsi alle spalle i tanti pensieri che in quel periodo aveva. Il parco in cui era solita correre quella mattina era tutto per lei, molti erano già partiti per le vacanze, ed altri invece forse erano troppo pigri per alzarsi alle sei di mattina per andare a correre. O forse era solo una sua sensazione, aveva azzerato tanto la mente da non vedere che in realtà al parco c’erano i soliti corridori della mattina presto. Non vedeva, era entrata in modalità bolla e nulla e nessuno l’avrebbe distolta dai suoi pensieri, se non quel tizio che le aveva appena tagliato la strada. Anna non fece in tempo a rallentare che le piombò addosso facendo cadere entrambi al suolo. Lei disorientata non capiva che fosse successo, mentre lui era totalmente incavolato perché la strada ahimè era stata Anna a tagliargliela, aveva cambiato all’improvviso percorso e lui non si era accorto della tizia che le sarebbe piombata addosso dopo neanche due secondi. Dopo aver capito cosa fosse realmente successo, Anna decise di inveire contro il tizio in questione e dal nulla rovesciò su di lui ogni suo pensiero che in quel preciso momento l’avevano raggiunta. Parlò a vanvera, della corsa, del fatto che lui fosse un imbecille e che soprattutto una donna non la si dovrebbe in alcun modo aggredire. Lui dopo aver ricevuto i peggiori nomi non disse nulla, stava ascoltando la canzone che suonava da fuori l’iphone che le era caduto, una delle sue preferite al momento. Si fermò a prendere altre parole, da colei che nemmeno sapeva cosa stesse dicendo e soprattutto perché a lui.  


La vide lì che agitava le mani, scuoteva la testa in segno di negazione, guardava il modo confuso in cui lei si era maldestramente legata i capelli per fare uno chignon, che anche se davvero brutto le stava benissimo perché alcune ciocche di capelli che cadevano dietro ed una non aveva ben capito dove dovesse realmente stare. I suoi occhi a mandorla gli sembrarono inizialmente neri, per poi scoprire fossero invece castano scuro, portava gli occhiali spessi e si domandò quanto poco ci vedesse e soprattutto da quanto tempo li portasse e se le piacessero. Si sentì curioso nel domandarsi certe cose. Guardò le sue fossette formarsi ogni volta che lo aggrediva o le partiva un sorriso come per smorzare tutta quella tensione, erano belle e principalmente le si formavano dalla parte sinistra della bocca. Il viso era minuto, come una bimba, forma ovale e piccole orecchie leggermente a sventola. Aveva dei nei simmetrici, tutti messi nei punti esatti, tutti da baciare pensò tra se e se, per poi scacciare subito il pensiero, lei lo stava aggredendo e lui non ne voleva sapere. Poi però scese in basso, vide la sua canottiera aderente al petto, su quei piccoli seni sodi che chissà chi era il fortunato che li poteva baciare ogni giorno. Non si era soffermato solo su quelli aspetti di lei, aveva il fisico minuto, che non necessitava di attività fisica e capì che come lui, era li solo per scacciare più pensieri possibili. Tornò a fissarla, mentre lei sembrava stesse finendo le parole, non la stava minimamente ascoltando, tornò a guardarle il viso, le sue labbra rosee e carnose che facevano uscire parole senza senso, le gocce di sudore che le scivolavano dalla fronte fino al collo, per poi nascondersi chissà dove, in un luogo che lui avrebbe tanto voluto conoscere. Stava fantasticando su di una sconosciuta che le era piombato addosso e che minimamente gli voleva dare ragione e chiedere scusa. Ad un tratto non sentì più nulla, solo gli occhi di lei che lo stavano fissando. Sbatté le palpebre un paio di volte. Sconcertato. Era la donna più bella che avesse mai visto. “Piacere, sono Luciano, scusami se ti sono piombato addosso!” Lei sorrise, ignaro lui del fatto che lei erano minuti che si stava scusando. Anna si svegliò con un velo di tristezza addosso, si mise su di un lato e fissò la parte del letto vuota. Vuota da ormai troppo tempo, ed abituata a quella mancanza. Ripensò al sogno appena fatto mentre i raggi del sole facevano capolino dalla finestra, sospirò, si alzò dal letto e pensò a sua madre. “Tutti noi meritiamo l’amore piccola mia, tutti noi lo troveremo!”. Si alzò, convinta che un giorno sarebbe andata a sbattere contro il suo Luciano.


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